Simone Basile

    Simone Basile

    Consulente Finanziario Indipendente

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    ArticoloInvestimenti
    30 ottobre 202610 min di letturaAggiornato il 3 novembre 2026

    Trading online: perdite, costi e limiti

    Trading online: i dati di Consob ed ESMA e gli studi su milioni di operazioni spiegano perché la maggior parte perde. Leva, costi e controparti in chiaro.

    La pubblicità del trading online mostra grafici che salgono e la promessa di un secondo reddito da casa. Nelle comunicazioni sui CFD compare un dato obbligatorio: la percentuale dei conti al dettaglio che perde denaro presso quell'intermediario. È un punto di partenza utile, perché deve essere calcolato e reso pubblico secondo regole fissate dalle autorità.

    In sintesi:

    • «La maggioranza perde, e lo dicono le autorità: nelle analisi raccolte dall'ESMA nel 2018 dal 74 all'89% dei conti dei piccoli investitori in CFD chiudeva in perdita; in Italia la Consob ha rilevato il 78% e, nel 2016, l'83%.»

    • «Il problema riguarda anche gli scambi in azioni: nello studio americano, prima dei costi i rendimenti medi dei gruppi erano simili; dopo i costi, il gruppo che scambiava di più restava indietro di diversi punti l'anno.»

    • «Tre meccanismi aiutano a capire i risultati: costi ripetuti, confronto con controparti professionali e un possibile eccesso di fiducia che spinge a operare troppo spesso.»

    Che cosa significa trading online

    Comprare un ETF o un'azione da un conto online e tenerli per anni è investire, con uno strumento comodo. Qui per trading si intende l'attività di chi compra e vende spesso, a volte nella stessa giornata, per guadagnare dai movimenti di prezzo di breve periodo. Il day trading è la versione estrema: aprire e chiudere la posizione entro la sera.

    Una forma di trading usa i CFD, i contratti per differenza: non compri il titolo, ma un contratto con l'intermediario che ti paga o ti addebita la variazione del prezzo fra apertura e chiusura. I CFD funzionano con la leva finanziaria: versi una parte del valore, il margine, e guadagni o perdi sull'intero importo. La Consob li definisce prodotti «intrinsecamente rischiosi, complessi e speculativi». Gli studi della seconda parte riguardano invece gli scambi in azioni: documentano altri costi del trading frequente, senza estendere a quel mercato le percentuali di perdita dei CFD.

    Quanti perdono: i numeri delle autorità

    Nel marzo 2018 l'ESMA, l'autorità europea che coordina la vigilanza sui mercati, ha riassunto le analisi delle autorità nazionali sul trading in CFD: dal 74 all'89% dei conti dei clienti al dettaglio perdeva denaro, con perdite medie per investitore comprese fra circa 1.600 e 29.000 euro. Sono i numeri da cui sono partite le restrizioni europee entrate in vigore nell'agosto dello stesso anno.

    Per l'Italia i dati sono nella delibera con cui la Consob ha reso stabili quelle restrizioni nel 2019:

    • Biennio 2014-2015: presso un intermediario con succursale in Italia, il 78% dei clienti al dettaglio ha perso investendo in CFD e il 75% di chi operava sul forex a pronti con rinnovo automatico (rolling spot forex), con una perdita media di 2.800 euro.
    • Anno 2016: in un'indagine su cinque succursali italiane di intermediari esteri attivi nei CFD, i clienti in perdita erano l'83%, con una perdita media di circa 7.000 euro a testa.
    • Frequenza delle operazioni: la Consob ha rilevato una correlazione positiva fra il numero di negoziazioni dei clienti e l'importo delle perdite. In media, chi operava di più perdeva di più.

    La delibera Consob impone, nelle comunicazioni relative all'offerta di CFD ai clienti al dettaglio in Italia o dall'Italia, un'avvertenza con la percentuale di conti in perdita presso l'intermediario, ricalcolata ogni tre mesi sugli ultimi dodici e comprensiva di commissioni e altri costi. Per i fornitori senza posizioni CFD aperte di clienti al dettaglio negli ultimi dodici mesi è prevista un'avvertenza standard. La regola esiste perché, scrive la Consob, gli intermediari tendevano a mettere in evidenza i profitti potenziali più delle perdite. Se stai valutando una piattaforma, quella percentuale è una delle prime cose da leggere.

    Non solo CFD: cosa dicono gli studi su chi compra e vende azioni

    La leva amplifica sia i guadagni sia le perdite. Anche gli studi sugli scambi in azioni documentano risultati sfavorevoli per molti investitori privati. Sono mercati e campioni diversi da quelli dei CFD: le percentuali non sono direttamente confrontabili.

    1. Stati Uniti: chi scambia di più resta indietro

    Brad Barber e Terrance Odean hanno analizzato i conti di 66.465 famiglie presso un grande intermediario a basso costo americano, dal 1991 al 1996. Prima dei costi, il rendimento medio dei gruppi era molto simile: fra il 18,5 e il 18,7% l'anno, a seconda di quanto ciascun gruppo scambiava. Dopo commissioni e differenza fra prezzo di acquisto e di vendita, il quinto delle famiglie più attive otteneva l'11,4% l'anno, contro il 18,5% di quelle che scambiavano meno e il 17,9% del mercato. Gli autori interpretano questi risultati come coerenti con l'eccesso di fiducia nelle proprie capacità, senza misurare direttamente la fiducia di ciascun investitore. La loro conclusione è nel titolo dello studio: fare trading è pericoloso per il patrimonio.

    Erano gli anni Novanta, con commissioni diverse da quelle di oggi. Nel campione, il rendimento lordo medio era simile fra i gruppi e il divario netto dipendeva dai costi associati alla frequenza degli scambi. L'entità di quel divario non può essere trasferita automaticamente alle piattaforme attuali.

    2. Taiwan: le perdite di un intero Paese

    Lo stesso gruppo di ricerca, con Yi-Tsung Lee e Yu-Jane Liu, ha studiato tutte le operazioni in azioni della Borsa di Taiwan dal 1995 al 1999. Per ogni acquisto o vendita le commissioni potevano arrivare allo 0,1425% del valore scambiato, e sulle vendite si pagava un'imposta dello 0,30%: cifre che sembrano trascurabili. Nel complesso, però, gli autori stimano per il portafoglio aggregato degli investitori privati una penalizzazione da trading di 3,8 punti di rendimento l'anno. In cinque anni le perdite stimate sono arrivate a circa 32 miliardi di dollari, pari a circa 6,4 miliardi l'anno: su base annua, il 2,2% del prodotto interno lordo di Taiwan e quasi la spesa privata in abiti e scarpe.

    Gli autori dividono quella perdita in parti: imposte sulle transazioni per il 34%, commissioni per il 32%, perdite nelle negoziazioni per il 27% e scelte di tempo sbagliate per il 7%. In pratica, circa un terzo all'erario, un terzo agli intermediari e un terzo ai professionisti dall'altra parte del tavolo. Per gli investitori istituzionali, nello stesso periodo, stimano un vantaggio da trading di 1,5 punti di rendimento l'anno dopo commissioni e imposte, prima degli altri costi e delle eventuali commissioni addebitate ai loro clienti. Non è il loro rendimento totale.

    3. Day trading: quanti ci riescono davvero

    Sempre a Taiwan, su quindici anni di dati (1992-2006), gli autori stimano che meno dell'1% dei day trader fosse capace di ottenere in modo prevedibile e affidabile rendimenti superiori a quelli attesi dal modello di confronto, dopo i costi. Per distinguere l'abilità dalla fortuna, classificano i trader in base ai risultati di un anno e osservano quelli dell'anno successivo. La ricerca individua quindi una piccola minoranza con capacità persistenti: non significa che tutti gli altri chiudessero ogni singolo anno in perdita.

    Perché quasi sempre non funziona

    Queste ricerche riguardano mercati e periodi specifici. Aiutano però a capire tre ostacoli del trading frequente, senza dimostrare che ogni operatore perda o che ogni perdita abbia la stessa causa.

    1. Ogni operazione paga, e con la leva paga sul totale

    A ogni acquisto e vendita paghi qualcosa: la commissione, lo spread (la differenza fra il prezzo a cui puoi comprare e quello a cui puoi vendere nello stesso momento) e, nei CFD tenuti aperti oltre la giornata, spesso un costo di finanziamento per ogni notte. Un singolo costo è piccolo. Chi fa trading però lo paga molte volte, e la Consob nota che nei CFD le spese si calcolano di norma sull'intero valore della posizione, non sui soldi che hai versato.

    Un esempio con numeri ipotetici, solo per vedere il meccanismo. Versi 1.000 euro e apri un solo CFD su un indice azionario principale, dove la regola europea chiede un margine del 5%: la posizione vale 20.000 euro, cioè una leva di 20 a 1. Se apertura e chiusura costano in tutto lo 0,05% del valore, sono 10 euro, l'1% di quanto hai versato. Se l'indice scende del 2,5%, la perdita sul prezzo è di 500 euro: tenendo conto anche dei costi, il valore del conto scende sotto la metà del margine iniziale richiesto e scatta la chiusura automatica. È un calcolo semplificato: il momento di addebito dei costi e il prezzo effettivo di esecuzione possono cambiare il risultato.

    2. Il confronto con controparti professionali

    Nello studio di Taiwan le perdite di negoziazione degli investitori privati corrispondono ai guadagni degli istituzionali. Quasi tutte venivano dagli ordini aggressivi: ordini con un limite di prezzo relativamente alto in acquisto o basso in vendita rispetto agli ordini in attesa, così da favorire l'esecuzione. Gli autori collegano parte del vantaggio degli istituzionali alla fornitura di liquidità, cioè alla disponibilità a fare da controparte, e parte a un possibile vantaggio informativo.

    Nei CFD c'è un conflitto in più. La Consob osserva che alcuni intermediari fanno da controparte ai propri clienti senza coprirsi: in quel caso guadagnano quando il cliente perde, e il loro interesse è opposto al suo.

    3. La testa lavora contro

    Barber e Odean collegano il trading eccessivo all'eccesso di fiducia: chi sopravvaluta la qualità delle proprie informazioni può scambiare di più, pagando più costi. La correlazione rilevata dalla Consob fra numero di operazioni e perdite non dimostra, da sola, questa spiegazione psicologica né quale sia la direzione del rapporto. Anche gli strumenti che danno un senso di controllo hanno limiti. Un ordine stop-loss, ricorda la Consob, non assicura l'uscita al prezzo che hai scelto: quando il prezzo lo raggiunge parte un ordine al prezzo di mercato, e nelle fasi di forte volatilità l'esecuzione può avvenire a un prezzo peggiore.

    Le regole introdotte dopo, e cosa non possono fare

    Davanti a quei dati, l'ESMA ha limitato in via temporanea l'offerta di CFD ai piccoli investitori dal 1° agosto 2018 e ha rinnovato la misura tre volte. In Italia la Consob ha reso le limitazioni stabili con la delibera n. 20976, applicata dal 1° agosto 2019. Le cinque condizioni sono queste:

    • Margine minimo all'apertura: varia con il sottostante, come nella tabella qui sotto.
    • Chiusura automatica: l'intermediario chiude uno o più CFD quando il valore del conto scende sotto il 50% del margine iniziale complessivamente richiesto per le posizioni aperte.
    • Protezione dal saldo negativo: non puoi perdere più dei fondi presenti sul conto dedicato ai CFD.
    • Limiti agli incentivi: vietati pagamenti monetari e determinati benefici non monetari collegati all'offerta di CFD, fra cui i bonus che richiedevano un numero minimo di operazioni.
    • Avvertenza obbligatoria: la percentuale di conti in perdita presso quell'intermediario.
    Sottostante del CFDMargine minimoLeva massima
    Coppie fra dollaro USA, euro, yen, sterlina, dollaro canadese e franco svizzero3,33%30 a 1
    Indici azionari principali, altre coppie di valute, oro5%20 a 1
    Altre materie prime e altri indici azionari10%10 a 1
    Singole azioni e sottostanti non elencati20%5 a 1
    Criptovalute50%2 a 1

    Tabella 1. Fonte: Consob, delibera n. 20976 del 20 giugno 2019, allegato I. La leva massima è il reciproco del margine.

    Dopo l'introduzione delle misure sono diminuite le perdite complessive osservate. Confrontando agosto-ottobre 2017 con lo stesso periodo del 2018, la Consob ha rilevato fra i clienti degli intermediari più attivi in Italia volumi scesi di circa il 68%, operazioni di circa il 40% e perdite di circa il 46%. Questo confronto non isola l'effetto delle regole dalle condizioni di mercato e non misura una riduzione del 46% del rischio di ogni cliente. Le protezioni riducono alcuni rischi, ma non rendono redditizio il trading né eliminano costi e conflitti di interesse.

    Dove sta il rendimento, se non nel trading

    Negli stessi dati americani il gruppo che scambiava meno ha ottenuto il 18,5% netto, vicino al mercato. È un risultato storico di quel campione, non una previsione. Mantenere un portafoglio diversificato riduce la necessità di scegliere continuamente quando comprare e vendere e può contenere i costi di negoziazione; non assicura un guadagno. Chi opera spesso deve considerare anche gli effetti fiscali delle vendite, compresa la tassazione delle plusvalenze, che dipende dal regime applicabile e dalle eventuali compensazioni.

    Per ridurre il peso dei costi e delle decisioni di breve periodo, la costruzione di un portafoglio può concentrarsi su poche scelte durature: obiettivi e orizzonte, una ripartizione fra azioni e obbligazioni coerente con quanto puoi sopportare, strumenti diversificati e a basso costo come gli ETF, versamenti regolari con un piano di accumulo e un ribilanciamento periodico invece di decisioni quotidiane. Con il calcolatore PAC e PIC puoi vedere quanto conta la durata dell'investimento, con ipotesi di rendimento che scegli tu e che restano ipotesi.

    Se decidi comunque di provare il trading, tre controlli prima di versare un euro: la percentuale di conti in perdita dichiarata da quell'intermediario, tutti i costi (commissioni, spread, finanziamento notturno) e una cifra che puoi perdere per intero senza toccare i soldi destinati ai tuoi obiettivi.

    Operare meno può ridurre i costi e le decisioni di breve periodo. Restare investiti ha senso dentro un piano coerente con obiettivi e rischio sostenibile, senza garanzie di rendimento date dal tempo.

    Se hai aperto un conto di trading o ti hanno proposto un prodotto a leva, la domanda utile è quanto dei tuoi risparmi è esposto e a quali costi. Vuoi capire come costruire un portafoglio di lungo periodo con costi chiari, al posto delle scommesse di breve? Sono iscritto all'Albo OCF nella sezione dei consulenti finanziari autonomi e puoi verificarlo prima di scrivermi.

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    Domande frequenti

    5 domande

    È vero che la maggior parte di chi fa trading online perde soldi?

    Nei campioni storici sui CFD esaminati dalle autorità, sì. Le analisi raccolte dall'ESMA nel 2018 indicavano dal 74 all'89% di conti al dettaglio in perdita; in Italia la Consob ha rilevato il 78% nel 2014-2015 e l'83% nel 2016. Questi numeri non sono una stima aggiornata di tutto il trading online. Nello studio americano sugli scambi in azioni, il gruppo che scambiava di più otteneva rendimenti netti inferiori a quello meno attivo.

    Con i CFD posso perdere più di quanto ho versato?

    Per i clienti al dettaglio in Italia le regole Consob in vigore dal 1° agosto 2019 prevedono la protezione dal saldo negativo: la perdita è limitata ai fondi presenti sul conto dedicato ai CFD. Puoi però perdere tutto quel conto, e molto in fretta, perché la leva amplifica ogni movimento.

    Comprare azioni da un conto online è trading?

    Dipende da quanto spesso compri e vendi. Tenere azioni o ETF per anni è investire, anche se usi una piattaforma online. Diventa trading quando l'obiettivo è guadagnare dai movimenti di breve periodo con operazioni frequenti.

    Con l'esperienza si migliora?

    L'esperienza, da sola, non è una prova di abilità. Lo studio sui day trader di Taiwan nel 1992-2006 individua una piccola minoranza con risultati superiori persistenti dopo i costi, stimata in meno dell'1% della popolazione esaminata. Non dimostra che nessuno possa imparare né consente di prevedere i risultati del singolo lettore.

    Uno stop-loss mi protegge dalle perdite?

    Può aiutare a contenere una perdita, ma non garantisce un limite né fissa il prezzo di uscita. Come spiega la Consob, quando il prezzo raggiunge il livello scelto parte un ordine al prezzo di mercato, e in caso di forte volatilità l'esecuzione può avvenire a un prezzo peggiore.

    Fonti e riferimenti5 fonti consultate

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    Simone Basile, consulente finanziario indipendente

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    Simone Basile

    Consulente finanziario indipendente, iscritto all'Albo OCF. Aiuto le persone a investire e gestire il patrimonio senza conflitti d'interesse. Scopri di più

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