La pianificazione finanziaria è il metodo con cui si organizzano i propri soldi attorno alla propria vita, invece che attorno ai prodotti. Non è scegliere dove investire: è decidere prima a cosa servono quei soldi, quando serviranno e quanto puoi permetterti che oscillino nel frattempo. Solo dopo si sceglie con cosa realizzarla.
In sintesi:
«Pianificare non significa investire: significa mettere gli obiettivi prima degli strumenti.»
«Si articola in cinque fasi, e le prime due non richiedono di muovere un euro.»
«È l'orizzonte temporale a determinare quanto rischio ha senso prendersi, cioè quanti anni mancano a quando ti serviranno i soldi.»
«Una parte la puoi impostare da solo; diventa difficile quando le aree iniziano a interferire tra loro.»
Perché senza un piano si decide peggio
Chi non ha un piano non prende meno decisioni: le prende una alla volta, staccate l'una dall'altra, e quasi sempre nel momento sbagliato.
Il momento sbagliato ha due forme, opposte e speculari. La prima è l'entusiasmo: si compra qualcosa perché ne parlano tutti, perché è salito molto, perché un conoscente ci ha guadagnato. La seconda è la paura: si vende dopo un ribasso, per fermare l'emorragia, trasformando una perdita temporanea sullo schermo in una perdita definitiva sul conto.
Entrambe hanno la stessa radice: senza un piano che dica in anticipo cosa fare, si reagisce a quello che succede. E siccome quello che succede è rumoroso e i piani sono silenziosi, vince il rumore.
C'è poi un costo meno visibile e più diffuso: l'immobilità. Molte persone non sbagliano investimento, semplicemente non ne fanno nessuno. Lasciano i risparmi sul conto in attesa di sentirsi pronte, e nel frattempo l'inflazione erode ogni anno un pezzetto del loro potere d'acquisto. È una decisione anche quella, presa non decidendo.
Pianificazione finanziaria e investimenti non sono sinonimi
È la confusione più comune. Gli investimenti sono uno strumento della pianificazione, non il suo scopo, e occupano una parte del lavoro più piccola di quanto si immagini.
Un esempio rende l'idea. Due persone comprano lo stesso identico portafoglio. La prima ha un fondo emergenza, sa che quei soldi non le serviranno per dieci anni e ha messo in conto le oscillazioni. La seconda ha investito tutto quello che aveva, compresi i soldi della caparra di casa. Dopo un ribasso, la prima non fa nulla e recupera; la seconda è costretta a vendere nel momento peggiore. Stesso strumento, esito opposto. La differenza non era l'investimento: era la pianificazione attorno.
Le cinque fasi della pianificazione finanziaria
1. Definire obiettivi concreti
Un obiettivo utile ha tre elementi: un importo, una data e un grado di flessibilità. «Voglio far crescere i risparmi» non è pianificabile. «Servono 25.000 euro tra sei anni per la caparra di casa, e la data si può spostare al massimo di un anno» lo è, perché da quei tre numeri discende tutto il resto.
La flessibilità è l'elemento che quasi tutti dimenticano ed è il più importante. Un obiettivo rigido (una scadenza fiscale, l'università di un figlio che inizia a settembre) va trattato in modo molto più prudente di un obiettivo che puoi rimandare.
2. Fotografare la situazione reale
Non dove pensi di essere: dove sei. Entrate ed uscite effettive degli ultimi mesi, non stimate a memoria. Liquidità sui conti. Investimenti già in essere, con i costi che stai pagando davvero: li trovi nel rendiconto costi MiFID che la banca è obbligata a inviarti ogni anno. Debiti in corso. TFR. Coperture assicurative attive, con l'indicazione di cosa coprono realmente.
È la fase più noiosa e quella che produce più sorprese. Capita spesso di scoprire di pagare per una copertura che non serve, o di avere due prodotti che comprano le stesse identiche aziende.
3. Mettere in sicurezza le fondamenta
Prima di far crescere qualcosa bisogna evitare di doverlo smontare al primo imprevisto. Servono due cose.
Un fondo emergenza, cioè una somma liquida e immediatamente disponibile per le spese impreviste. L'indicazione più diffusa è tra tre e sei mesi di spese, da tarare sulla stabilità del proprio reddito: un dipendente a tempo indeterminato può stare più vicino al minimo, un autonomo con entrate variabili dovrebbe stare sopra. Per dimensionarlo sui tuoi numeri puoi usare il calcolatore per capire quanto tenere liquido e quanto investire.
E una protezione dai rischi che avrebbero conseguenze gravi e non recuperabili. Non tutti i rischi vanno assicurati: vanno assicurati quelli che non potresti sostenere con il tuo patrimonio.
4. Costruire la strategia
Solo a questo punto si decide come investire, e la variabile che comanda è l'orizzonte temporale: quanti anni mancano al momento in cui quei soldi ti serviranno.
La logica è semplice. Più l'orizzonte è lungo, più tempo c'è per assorbire le oscillazioni, e più ha senso accettarne. Più è corto, meno margine hai per recuperare, quindi la priorità diventa la stabilità. Un obiettivo a tre anni e uno a venticinque non possono essere affrontati nello stesso modo, anche se la persona è la stessa.
Da qui discendono le scelte operative: come ripartire tra le diverse classi di attività, con quale diversificazione (cioè quanto distribuire su mercati e settori diversi per non dipendere dall'andamento di pochi titoli) e con quali strumenti. Su questo il criterio che seguo è privilegiare strumenti a basso costo e ampia diversificazione: sui rendimenti futuri nessuno ha certezze, sui costi sì, e i costi sono l'unica variabile che puoi controllare in anticipo.
Se vuoi vedere l'effetto del tempo su un versamento periodico, puoi provarlo con il calcolatore per PAC e PIC.
5. Rivedere, senza stravolgere
Un piano non è un documento da archiviare. Cambiano il reddito, la famiglia, le regole fiscali, gli obiettivi stessi. La revisione periodica serve a riallineare il piano a questi cambiamenti.
Attenzione però alla differenza tra rivedere e reagire. Rivedere significa aggiornare il piano quando cambia la tua vita. Reagire significa cambiarlo quando cambiano i mercati, ed è esattamente ciò che la pianificazione serve a evitare.
Gli errori più comuni
Partire dallo strumento. Chiedersi «conviene questo ETF?» prima di sapere a cosa servono quei soldi è come scegliere il mezzo di trasporto prima della destinazione.
Confondere il rischio con l'oscillazione. Il rischio vero non è che un investimento scenda: è arrivare alla data dell'obiettivo senza la cifra che serviva.
Trattare tutto il patrimonio come un blocco unico. Soldi con scopi e scadenze diverse vanno gestiti in modo diverso.
Aspettare il momento giusto per iniziare. Rimandare ha un costo che non compare su nessun estratto conto, ma c'è.
Ignorare i costi. Sono l'unica componente certa del rendimento futuro, perché si pagano comunque, che i mercati salgano o scendano.
Si può fare da soli?
In parte sì, e sarebbe disonesto dire il contrario. Le prime tre fasi (definire gli obiettivi, fotografare la situazione, costruire il fondo emergenza) richiedono metodo e onestà con se stessi, non competenze tecniche particolari. Chi ha una situazione lineare e la disciplina per mantenerla nel tempo può arrivare lontano da solo.
Diventa difficile quando le aree iniziano a interferire tra loro: quando la scelta sul TFR cambia la convenienza fiscale di un altro strumento, quando il passaggio generazionale impone di ripensare come sono intestate le cose, quando gli obiettivi sono diversi e con scadenze diverse e vanno tenuti insieme. E diventa difficile nei momenti di stress dei mercati, dove il problema non è più tecnico ma comportamentale: il valore di qualcuno che ti ricorda cosa avevi deciso e perché è, in quei momenti, superiore a qualunque scelta di prodotto.
Se preferisci un percorso strutturato e seguito nel tempo, ho spiegato come funziona e come si determina il compenso in consulenza patrimoniale indipendente.
Il piano vale più dello strumento
Si può passare mesi a cercare l'investimento migliore e ottenere molto meno di chi ha semplicemente deciso, in anticipo, cosa vuole ottenere e in quanto tempo. Non serve la scelta perfetta: serve una direzione, e la costanza di non abbandonarla al primo scossone.
Il rischio più grande non è scegliere lo strumento sbagliato: è non sapere a cosa servono i soldi che stai investendo.
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Fonti e riferimenti
CONSOB – Investor education: obiettivi, rischio e finanza comportamentale.
Direttiva 2014/65/UE (MiFID II) – trasparenza sui costi e rendiconto annuale.
COVIP – vigilanza sui fondi pensione, per la parte previdenziale.
OCF – Albo unico dei Consulenti Finanziari.
Disclaimer: questo contenuto ha finalità esclusivamente informative e didattiche. Non costituisce consulenza finanziaria personalizzata né sollecitazione al pubblico risparmio. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.